lunedì 23 luglio 2012

"L'affitto dell'Aler è troppo caro, addio al sogno di un negozio al Gratosoglio"

Negozi vuoti da oltre dieci anni, lasciati all’abbandono e al degrado, perché messi in affitto a un prezzo troppo alto. Vetrine sbarrate, ai piedi delle torri del Gratosoglio, in un quartiere in cui in cui, fra i diciotto e i trent’anni, solo un ragazzo su cinque lavora. La gestione da parte di Aler dei negozi al piano terra delle case popolari di via Saponaro e via Baroni è al centro di una polemica che coinvolge le associazioni del privato sociale attive in zona e lo stesso Comune, che fa pressioni su Aler perché la situazione si sblocchi e questo scandalo abbia fine.
A sollevare il caso sono stati tre giovani diplomati in arte, ragazzi del quartiere che hanno presentato un progetto d’impresa premiato dalla Camera di commercio. I tre, tutti fra i 19 e i 21 anni, rischiano di dovere rinunciare ad aprire il loro negozio di street art e grafica al Gratosoglio perché Aler chiede 2.100 euro al mese per l’affitto di uno stanzone abbandonato di 93 metri quadrati. «Abbiamo fatto tutto, dal business plan all’accreditamento alla Camera di commercio — racconta Mattia De Angelis, 21 anni, uno dei soci — abbiamo letto che il Comune si impegna ad assegnare i negozi sfitti e abbiamo fatto richiesta. Ma 2.100 euro al mese sono una follia, l’azienda nascerebbe già morta». Lo stesso ragionamento devono farlo in tanti, visto che quei negozi nessuno li vuole. Eppure Aler non ha rivisto le tariffe, né si è preoccupata di assegnare in qualche modo gli spazi.
Mattia
al Gratosoglio è nato e cresciuto. Davanti a quei negozi è passato centinaia di volte. «Erano chiusi già quando ero alle elementari — dice — mi chiedo perché non li diano alle associazioni di giovani madri, che hanno avviato un laboratorio di sartoria. Oppure a chi, come noi, è disposto a pagare. Chiedendo quella cifra Aler dimostra di preferire l’abbandono alla rinascita del quartiere». Il progetto dei ragazzi è di fare un laboratorio di tatuaggi e un negozio di abbigliamento con grafiche stampate. «Vogliamo aprirlo nel quartiere — spiegano i ragazzi — la periferia deve vivere, non può essere solo un dormitorio». Per l’acquisto dei macchinari, i giovanissimi imprenditori possono contare sui 10mila euro del bando della Camera di commercio sulle start up. Resta il problema della cifra chiesta da Aler, calcolata in base alle tabelle dell’Agenzia del territorio. «Sotto quella soglia non si scende», ha risposto ai ragazzi l’ente dell’edilizia popolare.
Il caso, grazie al passaparola, ha interessato decine di residenti nel quartiere, fino a raggiungere l’assessore alla Casa, Lucia Castellano, che in una lettera ha segnalato ad Aler «la necessità di una rapida soluzione». Il presidente del Consiglio di Zona 5, Aldo Ugliano, parla di «caso grave, che dimostra come le politiche per l’impresa e per i giovani possano scontrarsi con inerzie inspiegabili». Raffaele Tizi, presidente dell’associazione Antigua, che si occupa di disagio giovanile, dice: «Quella di Mattia e soci è una favola di periferia, un caso di riscatto sociale onesto che sarebbe colpevole impedire». Una ricerca di Antigua dimostra come nel quartiere, su cinque under 30, tre non lavorano, uno lo fa in nero e solo uno ha una qualche forma di contratto, anche precario.

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